Il consumatore non è “una specie a sé” che si alza il mattino con l’unico scopo nella vita di acquistare prodotti e servizi. È un essere umano uguale a noi. È intelligente e sensibile, con le sue complessità, la sua cultura, i suoi affetti, i suoi pregiudizi. Il messaggio che vogliamo fargli arrivare non è una sua priorità. Lo è per il nostro cliente e conseguentemente per noi. Quindi, perché gli arrivi e “gli parli”, dobbiamo guardare le cose dal suo punto di vista.
In linea generale, si tende a dividere la popolazione per “stili di vita”. Interessante, tuttavia, constatare che questo non è del tutto vero. Basta osservare per rendersi conto che una stessa persona può essere “moderna” per taluni aspetti/settori e “tradizionale” per altri; può essere “permissiva” in certi ambienti e “autoritaria” in altri; può avere stili e comportamenti differenti a seconda delle situazioni, dei luoghi, eccetera.
Quindi, ciò che è fondamentale intuire/capire è la relazione fra il consumatore e un certo beneficio del nostro prodotto o servizio. Infatti, il cliente non investe in pubblicità solo per dire qualcosa al consumatore, ma, essenzialmente, per far succedere qualcosa nella sua mente: rimuovere un pregiudizio, consolidare una convinzione, renderlo cosciente di un problema o di un vantaggio che può avere. Quindi il cliente si aspetta che il messaggio provochi una modifica nel comportamento del consumatore.
Perciò non si può prescindere dal conoscerlo, in modo da constatare ciò che fa e pensa attualmente, per poi decidere, in base a quelle che sono le esigenze che si saranno individuate anche attraverso le ricerche e le analisi dei dati e delle informazioni acquisite, cosa vogliamo modificare, cioè che cosa vogliamo che faccia o pensi dopo che avrà ricevuto il messaggio.
Senza questa conoscenza, il lavoro del pubblicitario sarebbe un’inutile e insensata esercitazione estetica. Molte belle pubblicità finiscono per entrare perfino nel quotidiano modo di parlare, senza tuttavia che ci si ricordi minimamente del prodotto.